Un trauma di guerra

da Set 5, 2018Articoli operatori0 commenti

Quando aveva circa vent’anni, il paese di Hector entrò in guerra e lui si ritrovò soldato. E anche se sono passati molti anni da allora ed è sopravvissuto a tutti quegli orrori, è ancora affetto da molti sintomi del disturbo post-traumatico da stress (PTSD, Post Traumatic Stress Disorder): persistenza delle immagini del trauma, improvvisi flashback, aumento della suscettibilità emotiva e dell’allarme, improvvisi sbalzi d’umore, e così via.

Negli ultimi anni ha sperimentato diverse terapie, alcune delle quali hanno portato un sollievo parziale, ma nessuna veramente risolutiva. Alcune volte, tra l’altro, ha rivissuto il trauma in modo così vivido da procurargli un’acuta sofferenza fisica e psichica durante o dopo le sessioni, e il ritorno di incubi terribili. Ecco perché quando gli domandiamo se vuole provare a risolvere il trauma di guerra con il FastReset è inizialmente un po’ titubante, temendo gli effetti avversi dei precedenti trattamenti. In realtà, Hector ha già trattato e risolto con successo un trauma infantile precedente alla guerra con un operatore di FastReset, quindi gli spiego che procederemo in modo simile anche sul trauma peggiore della sua vita. Alla fine, acconsente al trattamento e procediamo.

Gli chiedo di ricordare l’inizio di tutto, cioè il singolo primo momento del primo choc della guerra. Si tratta della prima volta in cui lui e i suoi compagni vennero esposti a uno scontro a fuoco. Improvvisamente si trovarono in mezzo alla sparatoria: alcuni di loro vennero colpiti a morte, e lui li vide cadere. Propongo di utilizzare una frase di approccio (una variante che uso spesso all’inizio di un trattamento), formulata così (il “titolo” del ricordo è scelto da lui):

«Ho vissuto “Il caos” e il mio corpo mi ha voluto proteggere e distaccare da una realtà inaspettata, irreale, incredibile, scioccante, fuori dal mio controllo, che non so gestire e non posso assolutamente accettare». Come in ogni trattamento di FastReset, pronunciamo la frase dopo che Hector è rientrato in contatto con il ricordo che vogliamo guarire, e immediatamente dopo averla pronunciata sposta tutta la sua concentrazione sulle sue mani, per qualche secondo.

Dopo l’esercizio, ci dice di sentirsi un poco meglio, ma passati pochi minuti, durante i quali mi descrive più in dettaglio il suo stato d’animo, dice di avvertire tristezza, mista a senso di colpa, e anche un po’ di rabbia. Sappiamo che in presenza di emozioni miste o in rapida successione vale la pena di soffermarsi a cercare altri aspetti specifici dello stesso trauma (per esempio intellettuali o morali), oppure altre prospettive del trauma stesso. Gli chiedo quindi se c’è qualcosa nel suo ricordo che sente tuttora scioccante, incomprensibile o ingiusto. L’aspetto adesso più sconvolgente legato a quel ricordo è che i suoi compagni sono morti sparati e lui invece è ancora vivo. C’è una forte componente di incomprensibilità e di assurdità, perciò componiamo così la frase:

«Il mio choc perché loro sono morti e io sono sopravvissuto mi vuole proteggere e distaccare da una realtà inaspettata, insensata, ingiusta, fuori dal mio controllo, che non so gestire né cambiare e non posso accettare».

Dopo il primo giro ci comunica di non sentire una gran differenza, perciò ripetiamo l’intera sequenza (focus sull’emozione, frase di integrazione, spostamento della concentrazione sulle mani). Questa volta, riferisce un sollievo molto maggiore. Vuole ripetere l’esercizio una terza volta, e alla fine sembra lui stesso completamente differente. È assai sorpreso di non riuscire a recuperare del tutto il ricordo del trauma, che era così presente poco prima. Anche il suo stato d’animo è cambiato, è rasserenato e tranquillo. Ora ci spiega, sorridendo, che adesso può vivere con quanto è accaduto. Sembra davvero felice di essersi liberato di quel ricordo scioccante, e noi lo siamo con lui!

Nota: Saranno sicuramente necessari altri trattamenti per poter dichiarare del tutto superato il suo trauma, ma si tratta comunque di un buon inizio. Inoltre, l’avere lavorato in precedenza su un grave trauma infantile (il padre, ubriaco, minacciava di picchiare la madre e lui, bambino, cercava di interporsi; alla fine del trattamento, durato circa mezzora, è riuscito a perdonare completamente il padre) lo ha senz’altro favorito nell’avere fiducia nel metodo.

Il vero nome dell’uomo non è Hector, ma l’ho scelto perché, come l’Ettore mitologico, l’unico eroe totalmente umano del poema Iliade, alla fine è stato disposto ad affrontare il suo peggiore e più mortale nemico – nel suo caso, non Achille ma lo choc della guerra – ma, a  differenza di quell’antico eroe, il nostro è in grado di sconfiggerlo.

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Maria Grazia Parisi

Medico psicoterapeuta, ideatrice del metodo FastReset.