Il blocco neuromuscolare (freezing) è la risposta normale dell’organismo di fronte a una minaccia invisibile o incognita, imprevedibile, inevitabile e, dunque, percepita (anche per un solo istante) come ingestibile. In natura, è l’equivalente del rendersi invisibili a un predatore che forse non ci ha ancora visti. Poiché tutti i predatori sono sensibili al movimento, l’immobilità istantanea è la risposta più logica in presenza di un “troppo”: troppo vicino, troppo grande, troppo rapido o inaspettato, troppo pericoloso anche perché sconosciuto, oppure a cui non è stato possibile sottrarsi e che risulta perciò incontrollabile.

Il problema può estendersi ulteriormente se quanto accade risulta anche privo di senso o di logica, se non è sovrapponibile a ciò che (ri)conosciamo e che possiamo supporre di prevedere e controllare, cioè è assurdo, incoerente o incomprensibile. Oppure troppo orribile, crudele, ingiustificato o ingiusto.

A questo tipo di situazioni il sistema nervoso risponde sempre bloccando – anche solo per un attimo – la muscolatura di braccia e gambe, interrompendo il respiro e di solito spalancando gli occhi, per ricevere più informazioni visive possibili, utili per esempio a valutare se sarà possibile, subito dopo, fuggire o attaccare. Viene inoltre bloccata buona parte dell’attività della corteccia cerebrale, sede della capacità di deliberare coscientemente il da farsi sulla scorta di cognizioni incamerate nelle esperienze di vita, per lasciare il comando al solo istinto.

Tutto ciò segue una “logica” biologica: se la minaccia è rapida, inevitabile e imprevedibile, non è il caso di perdere tempo a pensare, bisogna agire. Abbiamo tutti osservato che, se siamo spaventati, sulle prime facciamo cose istintive, volte alla semplice sopravvivenza e non frutto di riflessione. Nessuna creatività, nessun fronzolo, quando conta solo salvarsi: vale tutto, pur di uscirne al più presto.

Lo choc o freezing, la più veloce e potente manovra di salvaguardia, ci immobilizza per proteggerci dall’impatto con una situazione inattesa, sconosciuta, imprevedibile, inevitabile e ingestibile.

Anche dopo il momento iniziale di freezing continuano a rimanere attive soprattutto le risorse e le risposte istintive previste dalla biologia: in genere, al blocco neuromuscolare seguono emozioni (cioè azioni biologicamente programmate) di movimento, quali la lotta o la fuga. Queste ultime sono le risposte normali di fronte a una minaccia nota, circoscritta, riconoscibile e quindi evitabile o fronteggiabile.

Una volta scaricata ed esaurita la tensione muscolare in una di queste questa azioni (lotta o fuga; ma anche l’esultanza della gioia, se lo choc è positivo), si può ritornare allo stato normale: se siamo vivi, naturalmente. E saremo pronti a ricominciare, possibilmente dopo esserci fermati a ristorarci e a recuperare le energie spese nel freezing stesso e nell’attacco o nella fuga.

In tempo di epidemia, dove il nemico è appunto invisibile, inevitabile, ignoto, imprevedibile e ingestibile, è perciò altrettanto comune e normale rispondere con il freezing: il congelamento o la paralisi. Non necessariamente solo fisico, peraltro. Non dimentichiamo che spesso le risposte di freezing permangono a lungo e in modo subconscio, prendendo anche l’aspetto di rallentamento ideo-motorio, confusione e labilità emotiva: saltare da un’emozione all’altra, come sappiamo, è un tipico segnale del perdurare di una situazione di sconcerto o di choc, che può impedire, finché non è trasformata, il contatto e il trattamento di ogni altra emozione.

Cosa comporta il perdurare dell’attivazione del freezing quando la minaccia inevitabile non viene subito eliminata? L’organismo tende sempre a mettere in atto un adattamento, quindi cercherà di sopravvivere con il freezing e non solo grazie al freezing, come sarebbe in natura, dove la reazione alla minaccia incognita durerebbe giusto il tempo necessario a mettersi poi in azione per salvarsi.

Se quindi, come nel caso dell’attuale pandemia, non c’è (ancora) un’azione realmente risolutiva, possiamo permanere con almeno una parte di “congelamento” emotivo e anche intellettivo come sottofondo.

Ci possiamo cioè ritrovare, spesso senza rendercene del tutto conto, a vivere con una parte della capacità riflessiva, cognitiva e creativa bloccata. Non solo, ma sarà anche molto più facile del solito essere condizionati e suggestionati da stimoli anche solo vagamente simili a quello che ha inizialmente attivato il freezing. Saremo perciò facilmente preda di comportamenti emotivi rapidi, non riflessivi, standard e abbastanza prevedibili in quanto biologicamente predeterminati.

La nostra volontà e coscienza, influenzate dal freezing, saranno infatti appannate, le nostre azioni meno lucide e razionali che in periodi “normali”. Avremo reazioni rapide e brusche sia positive (euforia) che negative (paura, preoccupazione, paranoia), suscitate anche da stimoli minori. Il nostro senso critico sarà più in ombra e potremmo risultare più docili o più insofferenti del solito, ma non necessariamente a proposito.

Cercheremo anche di avere il controllo della realtà esterna, cioè della minaccia oscura e inevitabile, in tutti i modi emotivi possibili: negando la minaccia, estendendola e generalizzandola, facendola diventare un’ossessione, rifiutandoci di saperne alcunché, prendendocela con chi presumiamo averne responsabilità o chi ha mancato di informare e di proteggere, ribellandoci, resistendo, minacciando, accettando.

È normale: è il freezing, bellezza!

Il momento del “disgelo”

Come si può uscire dal freezing? Se conoscete il FastReset avete già la risposta: trattandolo (vi do un esempio di come fare alla fine dell’articolo).

Ma anche il movimento fisico intenso potrebbe essere una soluzione temporanea, o perlomeno un sollievo, per i motivi visti prima. Molti di noi però sono limitati nel movimento perché confinati in un piccolo territorio – la casa -, che magari devono condividere con i famigliari. La ristrettezza degli spazi e la mancanza di libertà e di privacy, uniti al senso di costrizione, possono aumentare l’allarme e l’aggressività, e quest’ultima incentiva proprio le emozioni di movimento, per esempio la rabbia, che spinge alla lotta.

È perciò facile prevedere, almeno in certe circostanze, un aumento delle provocazioni e delle liti anche futili, dovute in parte alla necessità di scaricare la tensione muscolare provocata dal freezing e dall’immobilità forzata. Ciò si potrà anche tradurre in atteggiamenti e comportamenti aggressivi indiretti, volti contro chi è ritenuto responsabile della pandemia o dei disagi a questa correlati e conseguenti. Anche imprecare, borbottare o lamentarsi mettono in moto i circuiti della lotta, anche se non hanno sempre la stessa efficacia dello sfogo fisico nel ridurre la tensione muscolare accumulata.

Altri, invece, potranno incorrere in reazioni di panico, che è la risposta normale nel caso in cui ci sentiamo in trappola o sottoposti a una minaccia potenzialmente mortale a cui tentiamo disperatamente di sfuggire. Il panico attiva una risposta muscolare scoordinata ma massiccia, utile in natura a fuggire scompostamente, disorientando il predatore, o a compiere dei movimenti inusuali, per cercare di uscire dalla situazione di costrizione e di pericolo. Aspettiamoci anche questo, quindi; per qualcuno, sarà quasi meglio del freezing…

E la paura? paradossalmente, questa emozione sarà in realtà meno frequente di quanto si può pensare, perché sarà limitata ai casi in cui percepiamo un pericolo presente, contingente, visibile e quindi evitabile: per esempio, se vediamo qualcuno agire in modo oggettivamente rischioso o se siamo direttamente a contatto con una situazione tangibilmente pericolosa per noi stessi. Nel caso in cui il pericolo – il virus – sia invisibile e intangibile e le sue ripercussioni non ben chiare, si tratterà prevalentemente di terrore (che fa parte delle risposte di freezing, cioè di “congelamento”) o di angoscia (costituita dal freezing più senso impotenza) anziché di vera e propria paura.

Più di frequente, invece, osserveremo nostre o altrui emozioni di separazione, cioè di disgusto o rifiuto, che si possono tradurre, in ambito sociale, nel giudizio o nel disprezzo, specie verso chi, ai nostri occhi, non sta alle regole ed esce dal seminato, anche se magari nello specifico non sta mettendo a repentaglio nessun altro. Il nostro senso di sicurezza può essere sempre e comunque sottilmente minato da chi esprime valori o comportamenti diversi dai nostri. La risposta di rifiuto/giudizio, in tempi di pandemia e di allarme generalizzato, si può manifestare in modo più evidente del solito e prendere forme anche molto antipatiche. Il tema del presunto untore può esserne un esempio, e può sfociare in vere e proprie ossessioni e reazioni irrazionali, la cui radice è il bisogno di controllo e di sicurezza, reale, immaginata o illusoria che sia.

Questo, dunque, è quanto ci possiamo aspettare nella fase dell’emergenza, conoscendo la naturale evoluzione delle emozioni.

Dopo la tempesta

Cosa succederà, più avanti? La cosa più logica è che, una volta passata la tempesta, il nostro organismo sarà spinto a lasciare emergere le emozioni di resa, che serviranno a fermare il movimento iniziato con la paura e la rabbia.

Quando tutto questo sarà finito, perciò, potremo sì avere un momento di grande sollievo o addirittura di euforia, ma dobbiamo quasi augurarci, mettere in conto e in qualche modo addirittura pretendere da noi stessi e dagli altri una fase di “down”, sicuramente fisico (stanchezza, sonnolenza, rallentamento), ma probabilmente anche emotivo. Potrà comparire una sorta di tristezza, o un senso di svuotamento. Sarà normale anche questo, anzi, sarà magnifico, perché significherà che siamo già fuori dal tunnel, anche se non ci sembrerà. Questa fase di resa ci toglierà energia dalle braccia e dalle gambe, ci toglierà voglia di fare e di muoverci per permetterci, anzi, obbligarci a smettere di lottare o di avere paura e darci il modo e il tempo di recuperare energie e relazioni. Sarà il momento di dormire di più, di mangiare di gusto, di fare l’amore, di giocare, di stare insieme. Bisognerà rispettarla per fare in modo che l’organismo, il sistema nervoso e quello immunitario in particolare, possano tornare in equilibrio.

 

Vediamo ora un paio di situazioni legate dalla pandemia in cui è stato molto utile lavorare sul freezing, nello specifico sotto forma di sgomento, choc e senso di smarrimento.

Non è sotto il mio controllo! Come molti di noi, anche Paola vive da alcune settimane in una specie di isolamento, uscendo solo per comprare cibarie e portare a spasso il cane. Il marito lavora da casa e lei, che svolge un’attività autonoma, ha sospeso i suoi impegni. La situazione non sarebbe neppure così tragica se non fosse che il padre, che ha avuto un aggravamento della sua situazione fisica, dovrà probabilmente essere operato con una certa urgenza, e vive a parecchi chilometri di distanza. All’inizio del nostro colloquio mi dice di sentirsi molto confusa e non riesce a riconoscere precisamente le sue emozioni, che sembrano troppe e tutte accavallate. Ma Paola conosce bene il FastReset, quindi in poche battute arriviamo al vero problema: il senso di smarrimento e di sgomento perché non può avere il controllo di quello che succede attorno a lei e ai suoi cari. Componiamo quindi la frase che usiamo per l’integrazione, che suona così: “Il mio sgomento e il mio choc perché non ho il controllo della pandemia e della salute dei miei cari mi vuole proteggere dall’impotenza, dall’essere disarmata, dal soccombere, da una realtà imprevedibile, ignota, fuori controllo, ingiusta, ingestibile e inaccettabile”. Prima di fare l’esercizio vero e proprio chiedo però a Paola non solo di connettersi con la sua emozione e di mettere il focus dell’attenzione sul senso di sgomento e di choc (che sente di più nella gola e nello stomaco), ma possibilmente di provare ad “agganciarlo” a un momento remoto della sua vita, cioè a quando potrebbe aver sentito qualcosa di analogo per la prima volta. Il momento lo individua subito nella separazione dei genitori, avvenuta quando lei aveva circa dieci anni: curiosamente, ma non troppo, conoscendo queste dinamiche, la sensazione è praticamente identica, anche se causata da situazioni apparentemente molto differenti. Le chiedo allora di poter cambiare il termine “pandemia” con qualcosa di più attinente alla situazione di allora, e sceglie di sostituirlo con: “non ho il controllo di quello che succederà a me e ai miei cari”. Facciamo quindi l’esercizio ricordando il momento più antico, la cui sensazione rimanda esattamente a quella attuale; dopo un paio di ripetizioni e di altrettanti “shift” dell’attenzione sulle mani, come da protocollo, Paola è pronta per la frase di rilascio: “Lascio andare dal mio sgomento perché non ho il controllo di quello che succederà a me e ai miei cari tutto quello che non mi serve, non mi interessa e non mi appartiene più”. Riemerge dall’esercizio molto rasserenata. Le chiedo come veda, adesso, la situazione attuale. Sorride e mi dice che suo padre è una persona assennata, che la informerà senz’altro su tutto e che se occorrerà andrà a trovarlo e ad assisterlo, richiedendo le dovute deroghe per poterlo raggiungere. Per quanto riguarda la pandemia, per fortuna sarà solo questione di tempo, di prudenza e di buonsenso, e le cose andranno a buon fine. “Posso dire che in realtà è una fortuna, che le cose non dipendano tutte da me: sarebbe una responsabilità infinita e insostenibile, per un essere umano!”. Ci salutiamo quindi con molta più leggerezza.

La sensazione di smarrimento e di angoscia dovuta alla mancanza del controllo in una situazione così piena di incognite è ovviamente un’esperienza comune, in queste circostanze. Riccardo mi propone, infatti, come suo tema lo smarrimento perché sente che dopo questa esperienza “niente sarà più come prima”. Componiamo e usiamo questa frase, che si è rivelata molto efficace: “Il mio smarrimento perché niente sarà più come prima mi vuole proteggere dall’ignoto, dal non avere il controllo, dall’essere travolto, dal cambiamento non cercato e dal non riconoscermi più” ( dopo aver pronunciato la frase, ovviamente avendo per prima cosa attivato il focus dell’emozione su cui stiamo lavorando, esegue come da protocollo uno “shift” dell’attenzione sulle mani). Lo stato d’animo è subito rinfrancato, e l’uomo mi riferisce di avvertire non più lo spavento o l’angoscia rispetto a questo fatidico cambiamento, ma piuttosto quasi curiosità, attesa non più ansiosa e senso di avventura. “Stiamo a vedere cosa succede”, conclude. “Ora mi sento come se questa esperienza potesse aprirmi a cose nuove, inedite ma non per questo negative, anzi!”.

Maria Grazia Parisi, medico psicoterapeuta