Dalla mente condizionata alla vera libertà

Gen 14, 2021Articoli, Articoli operatori, Box Home page, Eventi

In questo breve articolo voglio proporre un excursus ed un riassunto delle basi neuro-biologiche del rilascio emozionale e dei suoi vantaggi immediati in termini di “deprogrammazione” dai condizionamenti emotivi, almeno per quanto concerne la tecnica FastReset®.

 Le emozioni come programmi biologici

Le emozioni sono programmi di sopravvivenza, gestiti in prevalenza dalle componenti più antiche del cervello, e consistono in azioni semplici e istantanee che coinvolgono sempre l’intero organismo. Quando sono significative, vengono prodotte solo in conseguenza di eventi (ritenuti) in grado di interrompere lo status quo, la routine, l’adattamento corrente e sono molto costose per il nostro sistema biologico.

Sfatiamo subito una credenza inesatta: in assenza di eventi attivanti, non abbiamo vere e proprie emozioni. Sensazioni e sentimenti, sì; emozioni, no.

Le azioni che il cervello emotivo fa compiere al corpo per esprimere una emozione sono:
Bloccarsi 
Fuggire o cercare un riparo 
Lottare 
Esultare
Allontanare qualcosa o qualcuno di nocivo o disgustoso
Arrendersi 

Ho aggiunto a queste, per praticità, altre tre condizioni che hanno quasi tutte le caratteristiche proprie alle emozioni, cioè una componente psichica abbastanza costante e riconoscibile e modifiche viscerali e motorie anch’esse facilmente riconoscibili dall’esterno e universali. Sono:
Prepararsi all’azione stando in allarme (in presenza di uno stimolo allertante)
Ricercare qualcosa di nuovo o di più interessante o riempire l’assenza (in assenza di stimoli)
Protendersi verso l’altro, per il quale si prova empatia, e accoglierlo (occuparsi di o aiutare i propri simili).  

Potrei nominare anche altre condizioni in grado di interagire col nostro comportamento emotivo o di influenzare la produzione di sentimenti o emozioni: per esempio il piacere, il dolore, la stanchezza. Ma per ora mi limiterei a considerare quelle sopra citate.

Cervello emotivo e condizionamento

Il cervello emotivo, quindi, induce le emozioni come comportamenti istintivi in risposta a eventi che spostano il nostro status quo, o che presumiamo o immaginiamo possano farlo. Il cervello emotivo è facilmente condizionabile, cioè è molto facile che impari a rispondere a certi stimoli con talune specifiche risposte, per esempio una delle emozioni. Questo condizionamento è tanto più efficace quanto più gli eventi o gli stimoli che lo produrranno sono stati vissuti e superati attraverso l’intervento delle emozioni e degli imprinting più “antichi”. Una volta installato il condizionamento attraverso l’intervento delle emozioni, sarà molto più difficile, per le funzioni superiori del cervello e per la capacità di deliberare oggettivamente, di inserirsi e di modificare l’azione programmata ed eseguita dal cervello emotivo. Come sappiamo, i circuiti della mente emozionale sono più primitivi, sì, ma anche molto più rapidi delle funzioni cognitive ad eseguire il programma originariamente di salvaguardia, cioè a produrre una risposta di tipo emozionale.

La gerarchia delle emozioni 

Le emozioni hanno anche una loro gerarchia, che riflette l’evoluzione del sistema nervoso, in particolare di quella parte che chiamiamo sistema nervoso autonomo. L’emozione più antica e potente è quella che consente l’immobilità istantanea, il freezing.
Consiste nel blocco neuromuscolare di vari distretti, nell’interruzione momentanea del respiro, spalancando gli occhi per ricevere più informazioni visive possibili. Associamo il freezing all’emozione della sopresa o dello choc. È quella che interviene più velocemente e, di solito, che dura per il tempo più breve, almeno a livello cosciente. In natura, può consentire di non essere visti da un predatore troppo vicino o di cui ci siamo accorti troppo tardi.
Questa risposta di immobilità interviene, in misura diversa ma qualitativamente simile, praticamente sempre all’inizio della reazione psicofisica istintiva che si associa ad ogni evento che interrompe significativamente lo status quo, la routine o ciò a cui siamo abituati e che ci aspettiamo. In pratica, è l’emozione-radice alla base di ogni “catena” di risposte emotive successive. Ogni volta che succede qualcosa di inaspettato ed inevitabile, di cui non eravamo al corrente, per cui non abbiamo una soluzione istantanea, che ci prende alla sprovvista, incorriamo quasi certamente in una breve ma significativa risposta di freezing. 

Per esempio: provo rabbia per una persona che ritengo mi abbia fatto un torto o messo in difficoltà. La mia rabbia può originare dal confronto tra la mia aspettativa (non necessariamente ben definita e cosciente in quel momento) di essere trattata in un certo modo, o di continuare a vivere in pace, ed un evento, provocato o attivato da quella persona, che l’ha turbata o disattesa. In seguito a questo turbamento del mio equilibrio, il mio cervello emotivo ritiene opportuno rispondere con un’azione di contrasto, di lotta, allo scopo di difendermi dalla minaccia – reale o metaforica che sia.
L’interruzione dello stato di sicurezza/comfort è di solito prodotta proprio da qualcosa di inaspettato, incomprensibile e/o che non è stato possibile evitare; qualcosa che è andato oltre le aspettative o la visione di ciò che è giusto, normale, comprensibile, accettabile. Per questo, anche la primissima reazione all’offesa, all’insulto, al sopruso sarà un breve o leggero freezing: la normale reazione di fronte ad eventi con le caratteristiche viste prima.

Come se ne esce 

Cosa succede, subito dopo? Le tre più comuni modalità che ci fanno uscire dal freezing sono la rabbia, la paura e la risata: ne veniamo fuori, cioè, lottando, fuggendo o trasformando l’iniziale occasione di freezing in un momento di gioia o di gioco. Quest’ultima presuppone che l’evento in questione non sia (più) percepito come minaccioso ed implica la possibilità di attribuire allo stimolo un valore o un’opportunità positiva o un significato e contesto di sollievo.
Nel caso prima ipotizzato, la rabbia segue la risposta di freezing e lo “scioglie”, mettendo in moto i muscoli e l’organismo. Ma, nello stesso tempo, rinforza la possibilità che la prossima volta il mio cervello emotivo, imparata per così dire la lezione, mi renderà ancora più rapida e pronta a rispondere ad uno stimolo simile con questa stessa modalità. Ricordiamoci che, per il cervello emotivo, ogni azione che mi ha fatto uscire dal momento critico e che si è rivelata compatibile con la sopravvivenza potrebbe essere considerata valida anche per occasioni simili del futuro (vedi oltre). Così, ogni volta che perseguo una “soluzione” emotiva mi potrei stare ipoteticamente candidando a diventare sempre più frequentemente preda di quella e, tra l’altro, in modo assolutamente non consapevole.
Tornando all’esempio precedente, se, anziché continuare ad agirla, trattassi direttamente la rabbia – per esempio con il FastReset® – potrei, a seconda dei casi, abbassare la necessità del sistema di compiere questa risposta di attivazione, o esaurirla del tutto. Potrei, cioè, anche solo dopo un singolo “giro” di FastReset®, recuperare la centratura e il benessere.
In alcuni casi, però, a seconda dell’adattamento e del condizionamento emotivo precedente, sarà meglio andare più a fondo e lavorare utilizzando il criterio gerarchico (cercare l’emozione gerarchicamente più antica e potente, cioè proprio quella che ha generato il freezing) e quello cronologico (cercare l’associazione più antica o l’imprinting originario, quello che ha creato il primo legame tra un certo evento e una certa risposta, cioè una particolare emozione).

Cervello emotivo e mente condizionata 

Il cervello emotivo è associato con la “mente” emotiva, che mi permetto di definire come quella particolare funzione mentale che sostiene e convalida le scelte del cervello emotivo stesso. Apparentemente, quando sto “ragionando” con la mente emotiva, i miei pensieri scorrono in modo normale, ma il contenuto dei miei pensieri, le mie considerazioni e gli atteggiamenti e comportamenti che ne derivano sono totalmente impregnati da istanze emozionali, niente affatto razionali, anche se in superficie le mimano.
Tornando al caso della rabbia, prodotta dal cervello emotivo sulla scorta di eventi ed esperienze simili del passato a cui ho risposto in modo simile, la mia mente emotiva troverebbe tutti i motivi e le ragioni per cui è giusto, normale, naturale che io provi quella rabbia e voglia esprimerla facendo valere le mie ragioni rabbiose. La mente emotiva è giocoforza una mente condizionata, frutto a sua volta delle associazioni che le funzioni del cervello emotivo hanno compiuto con successo e che quindi vengono mantenute e rinforzate.

La dinamica del condizionamento emotivo 

Perché una risposta emotiva sia mantenuta e rinforzata non occorre che abbia portato un reale vantaggio o concesso di superare una effettiva difficoltà. È sufficiente, come ho già accennato, che sia associata alla sopravvivenza, propria o altrui.
Per esempio: ho espresso la mia rabbia alla persona che ha fatto qualcosa che non mi aspettavo e non volevo e siamo venuti a male parole o alle mani. Indipendentemente da come sia finita sul piano della relazione, dalla fatica e dalla quantità di dolore che ho provato, il mio corpo ha ricevuto prima una scarica di adrenalina e una potente attivazione dei muscoli e degli organi della parte superiore del corpo, a cui in genere corrisponde una sensazione di potenza. A questa è seguito, dopo aver terminato la mia “performance” di rabbia, un calo delle catecolamine (adrenalina, noradrenalina) ed un probabile aumento delle endorfine (per incrementare la resistenza al dolore e alla fatica) e della serotonina (calma e serenità). Quando mi sarò placata, mi sentirò bene, perlomeno calma e svuotata, forse anche stanca (per il successivo intervento del sistema parasimpatico, volto al recupero delle energie e al ripristino dello stato di base). Oppure, con un fondo di piacevole euforia, nel caso abbia la percezione di avere “vinto” o di avere comunque detto il fatto suo all’altro.
Per il cervello emotivo, è successo semplicemente che ho espresso la mia aggressività predatoria ed alla fine sono tornata viva nella mia caverna; un po’ come essere andata a caccia e avere affrontato l’animale pericoloso o l’avversario più temibile ed essere ancora viva. Tutto bene, quindi! La prossima volta sarà ancora più facile, per il cervello emotivo, indurmi a replicare lo schema che ha avuto “successo”. E questo indipendentemente dalle conseguenze a lungo termine del mio comportamento emotivo nei settori chiave della mia vita.
La mente condizionata troverà tutte le sue buone risposte ed i migliori motivi di replicare questa strategia anche la prossima volta che reagirò con rabbia ad eventi anche solo vagamente simili a quello attuale, ed io sentirò di avere ancora più diritto o ragione di esercitarle. Il tutto assolutamente alle spalle dei sistemi di pensiero e di valore più evoluti ed “umani” di cui dispongo.
Ho fatto, ovviamente, un riassunto impreciso e addirittura un po’ estremistico, ma non del tutto irreale, di come ragiona il nostro cervello arcaico e di come la mente condizionata può essere ingannata. Lo stesso schema condizionante possiamo riprodurlo per ogni altra emozione primaria: choc, inibizione, paura, gioia, disgusto/biasimo e persino per la tristezza.

Mente condizionata o egoica

La mente condizionata è, in sintesi, quella funzione mentale che “ragiona” sulla base dei condizionamenti ricevuti (in particolare, gli choc e le risposte emotive primarie). È la mente che ci facilita nel portare a termine gli obiettivi del cervello emotivo: sicurezza e controllo – sollievo – gratificazione immediata – consenso. Ogni volta che ci ritroviamo a cercare di conseguire uno o più di questi obiettivi, siamo sicuramente preda delle istanze del cervello emotivo. Siamo condizionati dal nostro passato e dalle risposte di sopravvivenza. Senza quasi accorgercene, siamo animati e agiti da funzioni primitive e infantili, che tendono a volersi accaparrare il più possibile quanto sentiamo mancante. Il tutto, “credendo” che sia normale. Anzi, giusto.

Mente incondizionata o evoluta 

La mente incondizionata, viceversa, sembra appannaggio delle funzioni più evolute e recenti del cervello. Richiede la capacità di richiamare concetti, idee, programmi indipendenti dal condizionamento emotivo e di associarli alla situazione attuale, valutata con obiettività. Ha a disposizione l’archivio delle memorie semantiche, cioè di quanto abbiamo imparato dall’esperienza, ma è libera dal condizionamento dovuto all’attivazione viscerale, ormonale e motoria tipica della risposta di sopravvivenza. In altre parole, esprime il modo in cui ragioneremmo e vedremmo il mondo se avessimo tutti i dati cognitivi tratti dall’esperienza ma nessun condizionamento emotivo.
Vedo spesso comparire questa funzione, in modo del tutto spontaneo, alla fine di un esercizio di rilascio emozionale profondo, cioè una volta deprogrammato il cervello emotivo dall’istanza che ci agita o ci fa inutilmente soffrire, o dalle nostre abitudini di pensiero e di azione, frutto del condizionamento passato, ed una volta che si possa perciò esprimere la nostra risposta naturale non condizionata.  

Mente incondizionata, creatività e crescita personale 

La mente non condizionata coincide anche con la porzione delle nostre funzioni superiori capace di soluzioni creative: ha, cioè, la possibilità di andare oltre ciò che è stato già vissuto e sperimentato – ed a cui la mente condizionata fa invece costante riferimento, per analogia – ma sa anche considerare le differenze tra la situazione oggettiva e le esperienze passate e valutare le potenzialità attuali e future.
Inoltre, poiché non ragiona (solo) in termini di sopravvivenza del singolo, ma del benessere collettivo, è una mente altruistica, capace di una visione allargata alla comunità più ampia in cui il soggetto è inserito e a cui dà valore. Vedere e perseguire soluzioni inedite, di solito del tipo “win-win”, è decisamente di suo appannaggio – la mente condizionata opporrebbe invece istanze e richieste di mantenimento dello status quo.

È la mente di quando vediamo le cose e le persone con obiettività e senza pregiudizi, con sereno distacco ma mantenendo o accentuando la capacità di partecipazione empatica e di sentimenti superiori; è la mente che sostiene e mantiene il cambiamento, quando è ritenuto oggettivamente vantaggioso e valido, tanto quanto quella emotiva e condizionata tende a resistervi; di come siamo e ragioniamo quando non abbiamo paura, non sentiamo la necessità del consenso altrui, non ci opponiamo alla realtà ma ne prendiamo atto e siamo altresì in grado di lasciare la presa, di non lottare per l’immagine di noi stessi ma piuttosto per valori concreti e universali. Ha capacità intuitive anziché semplicemente istintive, cioè è in grado di tradurre direttamente le sensazioni in idee e visioni “superiori” e universali.  

Spesso, coincide anche con una posizione e visione di sé e del mondo etica e spirituale, non egoica, che al soggetto stesso appare in quel momento del tutto consona e naturale; come se questa fosse solo latente all’interno di ogni essere umano e potesse comparire, spontaneamente, una volta depotenziate le istanze biologiche ed allontanata la paura o la necessità di un immediato conforto o di un’immediata gratificazione.   

2 Commenti

  1. Carla Scaini

    Ho letto con attenzione e molto interesse. Ritengo la tecnica molto utile in situazioni di cambiamento e di evoluzione sia sotto il profilo personale, sociale e professionale. Sarei interessata ad un colloquio sulla possibilità di praticare la tecnica Fastreset. Grazie. CS

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  2. Armando Pintus

    Bellissimo post Mariagrazia, stimolante e foriero di profonde riflessioni 🙂

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Maria Grazia Parisi

Medico psicoterapeuta, ideatrice del metodo FastReset.